LAMPI NEL BUIO
Da 16 anni, dal 19 luglio del 1992, i manovratori delle luci hanno fatto calare le tenebre attorno alla scena della strage. Sono rimasti solo i riflettori accesi sul numero 19 di via D’Amelio. Con una luce forte, accecante, in maniera che gli occhi, colpiti da quella luce, non riescano a distinguere quello che succede attorno, in mezzo alle tenebre.
Buio sul castello Utveggio, su via dell’Autonomia Siciliana, buio sul golfo di Palermo, sull’Arenella, sull’Acquasanta, le tenebre coprono tutto, si può solo sentire ogni giorno, alle 17, il suono delle sirene che arriva da via dell’Autonomia Siciliana, le macchine blindate che sbucano d’improvviso da quelle tenebre in una via che dovrebbe essere sgombra, dove dovrebbe essere vietato fare sostare le macchine e che invece ne è tanto piena che, una volta entrati, se ne può uscire solo a marcia indietro.
Ogni giorno, alla stessa ora, il giudice scende dalla macchina lasciando la sua borsa di cuoio sul sedile posteriore, deve solo suonare il campanello della casa di sua madre e dirle di scendere perché deve accompagnarla dal cardiologo.
Tutti gli uomini e l’unica donna della sua scorta scendono insieme a lui e gli si fanno attorno, non hanno che il loro corpo per proteggerlo. Il giudice suona il campanello e non si capisce se riesce a pronunciare qualche parola prima che l’esplosione di centinaia di chili di tritolo, anzi di Semtex, l’esplosivo usato dai militari, scateni l’inferno.
Antonino Vullo, l’autista della macchina del giudice, è restato dentro l’auto, sta facendo la manovra per essere pronto a ripartire appena il guidice ritornerà tenendo per il braccio la madre. Un’onda di calore lo sbalza all’indietro ma la macchina è blindata e resiste all’onda d’urto.
Ogni giorno, alla stessa ora, scende ferito e intontito dalla macchina e camminando sente sotto i piedi delle cose molli, sono i pezzi dei suoi compagni, cammina con i piedi in mezzo alle pozzanghere, è il sangue dei suoi compagni, del suo giudice, insieme ai quali, da allora, continuerà a desiderare di essere morto per non dovere rivivere ogni giorno ed ogni notte, nei suoi terribili sogni, sempre la stessa scena.
Il giudice viene tagliato in due, il troncone del suo corpo viene sbalzato tra quel che rimane della cancellata e la facciata crollata del palazzo. Dei corpi dei ragazzi che lo proteggevano non rimane quasi nulla, una mano vola ogni giorno in alto, in una sequenza senza fine, e si ferma su quello che è rimasto su un balcone del quinto piano.
La madre del giudice sa che è scoppiata quella bomba che tutti sanno, da due mesi, servirà per eliminare, dopo l’altro giudice, anche suo figlio, ma, per pietà, il suo cervello le fa credere che siano scoppiate le tubature del gas ed allora, a piedi nudi, corre per le scale, cerca di arrivare all’esterno, scende per quattro piani in mezzo alle macerie, alle vetrate distrutte, ma arriva giù senza un graffio. Forse suo figlio, prima di andare via per sempre, la prende in braccio e la porta giù, dolcemente e, quando passa vicino al suo corpo, le chiude gli occhi per non farle vedere quello che è rimasto di lui, quello che è rimasto di Emanuela, di Agostino, di Claudio, di Vincenzo, di Walter. In ospedale, dove la porta un pompiere che la raccoglie dalle braccia del giudice, dirà di non avere visto niente di quell’inferno che c’era davanti al numero 19 di via d’Amelio, di non avere visto il corpo di suo figlio, di non avere visto il sangue che riempiva la strada
Ogni giorno alla stessa ora, qualcuno, dal Castello Utveggio, vede distintamente il giudice che sta per premere il pulsante del citofono e preme il pulsante del telecomando che scatena l’inferno, il castello ora è immeso nelle tenebre ma da lassù l’ingresso del numero 19 di via D’Amelio si distingue chiaramente, illuminato dalla luce accecante dei riflettori ed è facile sincronizzare il comando al momento in cui viene premuto il campanello e non lasciare scampo al giudice ed agli uomini della sua scorta.
Ogni giorno, alla stessa ora, il Cap. Giovanni Arcangioli si avvicina alla Croma blindata del Giudice e prende la borsa di cuoio che contiene l’agenda rossa, o è qualcuno a porgergliela, in mezzo alle fiamme ed al fumo non si distingue bene, ma poi si allontana con passo sicuro, guardandosi intorno, verso via dell’Autonomia Siciliana dove c’è qualcuno ad aspettarlo Quell’attentato è stato preparato anche per potere avere in mano quell’agenda.
Nell’allontanarsi dalla macchina calpesta gli stessi pezzi di carne, lo stesso sangue che ha calpestato l’agente Vullo, ma dal suo viso non traspaiono emozioni, forse ha un preciso incarico da compiere, è come essere in guerra, e in guerra le emozioni devono essere controllate. Arriva in Via dell’Autonomia Siciliana ma qui le luci dei riflettori che illuminano la scena della strage non arrivano, c’è il buio, il buio assoluto e non si riesce a vedere a chi il Cap. Arcangioli consegna la borsa e chi ne estrae l’agenda rossa del Giudice. Vediamo solo, ancora sotto la luce dei riflettori, qualcuno che un’ora dopo riporta la borsa, ormai vuota di quell’agenda che potrebbe inchiodare gli assassini del Giudice e chi aveva interesse ad eliminarlo,, sul sedile posteriore della macchina blindata.
Sono passati 16 anni e ogni anno, al 19 di luglio, arrivano i padroni dei tecnici delle luci, portano delle corone, le appoggiano alle cancellate, si fanno fotografare, e intanto sorvegliano che tutto vada come previsto, che i riflettori siano sempre accesi con la loro luce accecante sul luogo della strage e che tutto intorno sia tenebra, che niente si riesca a vedere di quello che è successo, di quello che succede, intorno al luogo della strage.
Ma i tecnici delle luci possono controllare solo i riflettori, non possono controllare il cielo e ogni tanto, nel buio, qualche lampo arriva a squarciare le tenebre e lascia intravedere anche se solo per un attimo, quello che loro non vogliono farci vedere, quello che non dobbiamo, non possiamo vedere, non possiamo sapere perché su di esso sono fondati gli equilibri e i ricatti incrociati che tengono in piedi questa seconda repubblica, questo nuovo regime fondato sul sangue delle stragi del 1992.
Ecco un lampo che squarcia le tenebre. Sono le 7 del mattino del 19 luglio, in via Cilea, a casa del Giudice che è in piedi dalle 5, arriva una telefonata del suo capo, Pietro Giammanco. Non gli ha mai telefonato a quell’ora, e di domenica, non lo ha avvisato di un rapporto del Ros in cui si rivelava che era arrivato a Palermo un carico di tritolo per l’attentato al Giudice che ha potuto conoscere la circostanza per caso, all’aereoporto, incontrando il ministro Scotti, e che sui motivi di questa omissione con il suo capo, ha avuto un violento alterco. Non gli ha ancora concesso, da quando è rientrato da Marsala prendendo le funzioni di Procuratore Aggiunto a Palermo, la delega per condurre le indagini in corso sulle cosche palermitane e, in conseguenza, la possibilità di interrogare senza la sua espressa autorizzazione, pentiti chiave come Gaspare Mutolo. Ora, il 19 luglio, quando la macchina per l’attentato è già posteggiata davanti al numero 19 di via D’Amelio, gli telefona per dirgli che gli concede quella delega e gli dice una frase che, oggi, suona in maniera sinistra “così si chiude la partita”. La moglie del Giudice, Agnese, lo sente urlare al telefono e dire “no, la partita comincia adesso” e lo stesso giudice, qualche tempo prima, aveva confidato al maresciallo Canale, che lo affiancava nelle indagini, che “in estate avrebbe fatto arrestare Giammanco perché dicesse cosa conosceva sull’omicidio Lima”. Dal recarsi ai funerali del quale lo stesso Giammanco venne dissuaso solo all’ultimo momento da un procuratore.
Ecco un altro lampo, è ancora il 19 Luglio e si vede il Giudice nella casa in cui si trasferisce in estate, a Villagrazia di Carini che invece di dormire per una mezzora, come è solito fare dopo aver mangiato, continua a fumare nervosamente tanto da riempire un portacenere di mozziconi, e intanto scrive sulla sua agenda rossa, poi prende la sua borsa di cuoio, vi mette dentro l’agenda e il pacchetto di sigarette, saluta i suoi, e parte con la scorta verso il suo ultimo appuntamento, quello con la morte che, dopo la morte di Giovanni Falcone, ha sempre saputo che sarebbe presto arrivata, tanto da continuare a dire a sua madre e a sua moglie “devo fare in fretta, devo fare in fretta”
Ecco un altro lampo e in mezzo alle tenebre che circondano il castello Utveggio si vede qualcuno in attesa, ecco che arriva una telefonata sul suo cellulare ed allora punta il binocolo sul portone al numero 19 di via d’Amelio, vede scendere il giudice dalla macchina blindata, lo vede alzare la mano verso il pulsante del citofono e allora preme un altro pulsante di un telecomando che stringe nella mano e subito si vede una colonna di fumo e si sente un boato ed allora, dopo avere osservato in mezzo al fumo, per un attimo, gli effetti dell’esplosione, prende il cellulare fa un numero e dice appena qualche parola. Poi il baleno provocato dal lampo finisce e tutto ripiomba ancora nelle tenebre.
Ecco un altro lampo, e si vede una barca nel golfo di Palermo, è piena di uomini, ma non sono persone qualsiasi, appartengono tutti ai servizi segreti così che le loro testimonianze potranno, dovranno essere tutte concordi. E’ quasi l’ora dell’attentato e tutti sono in silenzio, sembrano attendere qualcosa. Poi si ode, attutito dalla distanza e dalla montagna un tremendo boato, e dalla parte di Palermo verso il monte Pellegrino si vede alzare una alta colonna di fumo e quasi subito dopo arriva una telefonata. Il giudice è morto, quel maledetto ostacolo sulla via della trattativa è eliminato. Dai telefoni cellulari sulla barca partono altre telefonate concitate poi il motore viene acceso e la barca riparte velocemente verso il porto.
Per chiunque, in Italia, sono passate dalle quattro alle cinque ore prima di sapere che il giudice era morto, che quella morte annunciata era arrivata, ma per chi stava su quella barca sono bastati solo centoquaranta secondi per sapere tutto. Ma ora il baleno provocato dal lampo è finito e tutto è ripiombato nelle tenebre.
Un altro lampo, ma stavolta è troppo di breve durata per capire se è veramente Bruno Contrada quell’uomo che si aggira in via D’Amelio subito dopo la strage come due capitani del Ros, Umberto Sinico e Raffaele del Sole affermano di avere saputo dal funzionario di polizia Roberto Di Legami che riportava a sua volta una relazione di servizio, poi distrutta, di alcuni agenti accorsi sul lugo della strage.
Ancora un altro lampo che squarcia per poco tempo le tenebre. È la fine di Giugno e si riesce a vedere Vito Cianciminio che consegna al Cap. De Donno e al Col. Mori un foglio scritto a mano, il papello di Riina, con le dodici richieste del capo della cupola per fermare l’attacco al cuore dello Stato.
Un altro lampo, è il 1 di Luglio e si vede il giudice al ministero, davanti alla porte di Mancino, per un incontro a cui è stato chiamato dallo stesso ministro mentre stava interrogando Gaspare Mutolo. Il giudice ha annotato questo appuntamento nella sua agenda : 1 Luglio, ore 19 : Mancino, ma la luce provocata dal lampo si esaurisce e non riusciamo a vedere chi c’e’ dietro quella porta ad aspettarlo e che cosa gli viene detto. Dall’agitazione del giudice quando torna ad interrogare Mutolo si può solo immaginare che gli viene detto che lo Stato ha deciso di aderire alla richieste contenute nel papello e la reazione del giudice che deve essere stata così violenta e sdegnata da non lasciare spazio, per concludere la trattativa, ad altra possibilità se non quella di eliminarlo, ed eliminarlo in fretta. Ma le tenebre sono troppo fitte per vedere qualcosa e solo Mancino ci potrebbe dire, se guarisse improvvisamente dalle sue amnesie, che cosa accadde veramente in quella stanza.
Altrimenti potremo solo aspettare, se mai avverrà, che una serie continua di lampi squarci le tenebre ed allora potremo veramente vedere quali e quanti mani, tra quelli che oggi godono i frutti dei nuovi equilibri raggiunti, siano lorde del sangue delle stragi del 92 e di quelle altre stragi che, nel 93, furono necessarie prima che la trattativa venisse conclusa
Fin da bambino ho sempre sentito parlare, in maniera ciclica, di questione meridionale. La "questione" meridionale viene fuori quando è il momento delle promesse elettorali o quando è il momento di stilare il documento programmatico economico e finanziario. La "questione" meridionale è rimasta tale poiché a molti fa comodo (soprattutto perchè il sud rimane un importante serbatoio di voti) e poi perchè nessuno hai mai voluto veramente risolverla. Per meglio comprenderci proviamo a fare una ricostruzione storica, per grandi linee, della “questione meridionale…
Concluso il Risorgimento, le classi dirigenti settentrionali si accorsero quasi subito di quanto il Paese appena riunito fosse in realtà diviso al suo interno. Gli italiani erano diversi pure nel modo di parlare: l'italiano era una lingua letteraria, usata solo da una ristretta minoranza della popolazione e, comunque, in ambiti molto limitati (atti pubblici, insegnamento, giornalismo e simili).
Di fronte a queste differenze, all'ostilità manifestata da importanti forze interne quali i cattolici e alle difficoltà nei rapporti con i paesi confinanti - con l'Austria soprattutto, ma anche con la Francia - il nuovo Stato reagì adottando un modello amministrativo di tipo dirigista e autoritario, in cui le autonomie locali venivano sottoposte al rigido controllo del governo centrale.
le istanze dei Federalisti - che volevano un maggiore rispetto per le specificità locali - vennero completamente abbandonate e l'applicazione delle leggi del Regno di Sardegna venne estesa al resto d'Italia provocando il collasso del sistema economico meridionale e una crisi senza precedenti nel secolo che sfocerà nel corso forzoso della lira (1866).
Vennero comunque disattese le aspettative sia dei democratici sia dei repubblicani che pure avevano favorito l'unità, ma che auspicavano un nuovo ordinamento agrario e adeguati spazi politici nella gestione del paese, il controllo dell'ordine pubblico divenne sempre più problematico.
Molti braccianti meridionali avevano sperato che il nuovo regime assicurasse una qualche riforma agraria. Non solo le loro aspettative andarono deluse, ma il nuovo governo introdusse la leva obbligatoria ed inasprì le imposte, portando alla rovina milioni di persone. Lo scioglimento dell'esercito borbonico e di quello garibaldino mise poi in circolazione migliaia di soldati sbandati. Il malcontento, le difficili condizioni economiche sopravvenute, il durissimo atteggiamento delle truppe di occupazione piemontesi, suscitarono le ire della popolazione che sfociarono nella rivolta armata.
Molti scontri si erano già verificati in varie parti del meridione fin dalla fine del 1860, particolarmente aspri intorno alla cittadella borbonica di Civitella del Tronto. In aprile scoppiò una rivolta popolare in Basilicata. Nel corso dell'estate, in molte regioni dell'interno bande di ribelli, formate in gran parte da contadini, ex soldati borbonici, ex garibaldini delusi e persino da preti, diedero vita a forme di guerriglia violentissima, impegnando le forze piemontesi e battendole ripetutamente. In molti centri del sud fu rialzata la bandiera borbonica. Il Governo rispose in maniera spietata, ordinando esecuzioni sommarie anche di civili e l'incendio di interi paesi. Il luogotenente di Napoli, Gustavo Ponza di San Martino, che aveva tentato nei mesi precedenti una pacificazione, venne sostituito dal generale Enrico Cialdini, che ricevette dal governo centrale pieni poteri per fronteggiare la situazione e reprimere la rivolta.
Il brigantaggio, così come espresso durante la guerra civile, fu sconfitto militarmente e dimenticato politicamente in pochi anni. Ma la massa contadina aveva dato vita ad una nuova forma di resistenza al dominio sabaudo, strutturata attorno ad alleanze di clan familiari impegnati alla reciproca assistenza, chiamati collettivamente mafia
diversi gruppi mafiosi rinunciarono ad attaccare le truppe regolari, e questo consentì la loro sopravvivenza nei primi decenni dopo la conquista del sud. Poi continuarono ad impiantarsi profondamente nel tessuto sociale, profittando della latitanza dello stato civile, che lasciò la zona priva d'istruzione, collegamenti e cibo. In seguito, dal novecento in avanti, incominciarono ad arrivare crescenti flussi di capitali che, attraverso la spesa pubblica, si riversarono nel meridione, e le organizzazioni criminali furono le prime a beneficiare di tali risorse. Le attività mafiose ebbero come principale conseguenza il sabotaggio di ogni possibile sviluppo commerciale, rendendo impraticabili le strade, pericolosi gli scambi e inoperanti i meccanismi di domanda - offerta.
Dopo la guerra la mafia acquistò un enorme potere nell'Italia meridionale, particolarmente in Sicilia.
A varie riprese il governo italiano destinò fondi allo sviluppo del Mezzogiorno, e creando pure un istituto finanziario chiamato Cassa del Mezzogiorno per gestirne i flussi. La mafia dal canto suo investì i propri proventi in attività legali. Ma tali movimenti finirono, rispettivamente, a dirottare denaro pubblico e a riciclare i proventi di crimini, e non a finanziare imprese produttive. Nel migliore dei casi gli investimenti statali vennero utilizzati male, e servirono a creare industrie pubbliche sovradimensionate, in aree mal servite dalle infrastrutture, con una sede dirigenziale situata spesso lontano dagli impianti di produzione.
Certi gruppi privati furono incitati tramite sovvenzioni pubbliche a stabilirsi nel sud, ma tali scelte si rivelarono antieconomiche, e gran parte di questi esperimenti industriali fallirono in breve tempo. Le aziende facevano ricorso a prassi clientelari nelle assunzioni, e non venne mai messa nessuna enfasi sulla produttività o sul valore aggiunto dalle attività imprenditoriali.
Quando il governo si ritrovò a prendere provvedimenti legislativi o a negoziare accordi internazionali in ambito economico, l'attenzione si diresse, ancora, alle industrie del nord. Per esempio, quando negli anni '40 e '50 emigranti italiani, soprattutto meridionali, incominciarono a raggiungere massivamente le miniere carbonifere del Belgio, il governo italiano chiese e ottenne da quello belga una tonnellata di carbone all'anno per ogni lavoratore espatriato, questo approvvigionamento non beneficiò le regioni d'origine dei minatori emigrati, essendo destinato alle fabbriche prevalentemente ubicate nelle aree settentrionali della nazione.
Negli anni '60 e '70 le aree industrializzate vissero un periodo di sviluppo economico, incentrato sull'esportazione di prodotti finiti, chiamato miracolo “italiano”. Il fenomeno attirò manodopera dal Mezzogiorno, e la disparità dei due livelli di vita diventò evidente e largamente discussa. In reazione, gli emigranti inviarono rimesse alle loro famiglie rimaste nel sud, e lo stato dedicò importanti risorse allo sviluppo dei servizi essenziali, ma queste risorse non erano in grado di essere reinvestite in circoli produttivi, e rinforzarono al contrario i meccanismi di quello che diventerà noto col termine dispregiativo di assistenzialismo: un innalzamento limitato delle condizioni di vita attraverso sussidi esterni, tale da aumentare le attese della popolazione e necessitante di continui finanziamenti per restare in funzione.
A tutt’oggi si interviene nel meridione solo quando c’è il pericolo di un’instabilità politica e così per ottenere 4 miliardi di euro di fondi già stanziati, i politici siciliani hanno dovuto minacciare la nascita di un partito del Sud. E si andrà avanti così per decenni, tra minacce e concessioni, stanziando i primi soldi per le grandi opere e lasciandole poi incomplete, progettando cattedrali nel deserto o paradossalmente stage per giovani laureati, che si ritroveranno a lavorare nel nord perché nel sud non esistono imprese. Nell’ultimo decennio c’è stato un esodo di 700.000 persone dal Sud verso il Nord e non si tratta solo di operai o contadini ma soprattutto di giovani laureati nelle varie discipline (ingegneri, avvocati, commercialisti, architetti, ricercatori, professori, medici…). La mafia è diventata solo un alibi per non prendere scelte importanti, strategiche. Il Sud non ha bisogno di misure eccezionali ma di piani programmatici, che creino un tessuto economico e sociale sano e dal quale possa scaturire il rilancio dell’economia meridionale. Il Sud ha bisogno soprattutto di politici onesti, coraggiosi e lungimiranti che riescano a guardare al di là delle semplici beghe di partito, che riescano ad avere una visione complessiva di tutta la situazione. Solo così la “questione” meridionale non sarà più una questione ma un’opportunità per rendere questo Paese un po’ più moderno, civile e competitivo.
Il coraggio e la rabbia dei calabresi onesti
Il silenzio della foresta
Siamo cresciuti nello stesso quartiere, al borgo vecchio, tra le strade di polvere arse dallo scirocco e i prati di spine che, il giovane entusiasmo e la fervente fantasia di noi ragazzi, avevano trasformato in piccoli campi di calcio. Siamo nati nello stesso anno, nello stesso mese di dicembre, a distanza di una settimana uno dall’altro. Tre amici inseparabili, molto più che tre fratelli!
Abbiamo frequentato le stesse scuole, le stesse compagnie, fino al liceo, poi le nostre strade hanno preso direzioni diverse, come rivoli di uno stesso fiume che si separano e attraversano territori sconosciuti prima di ricongiungersi al mare.
Francesco aveva deciso di studiare fuori, fin da ragazzino la sua passione era quella di fare il magistrato. In quell’estate del 92, il suo sogno divenne più che mai reale. La morte di Falcone prima e la strage di Via D’Amelio un mese dopo, quelle lamiere contorte ancora fumanti, quelle sirene che ululavano impazzite in una calda sera d’estate, avevano scosso profondamente tutti noi.
Chi vive in una regione del sud, come noi calabresi, si sente doppiamente coinvolto, vittima di una mafia sempre più soffocante e colpevole per il senso d’impotenza di fronte ad un fenomeno di così vaste proporzioni.
Sentivamo che in quell’estate qualcosa era cambiato, non potevamo più restare con le mani in mano, dovevamo agire, dare concretamente il nostro contributo. Siamo scesi in piazza, abbiamo partecipato ad uno dei tanti ed ennesimi cortei contro la mafia ma, sapevamo che proprio in testa al corteo c’era il sindaco, cognato del boss locale e con lui il Dott. Misano, maggiore imprenditore edile di Ciserno che, con la famiglia mafiosa dominante, aveva fatto affari e costruito la propria fortuna. Ipocrisia, tanta ipocrisia si respirava in quel lungo corteo, parole vuote che presto sarebbero state dimenticate.
Sembrò lunga ed infinita quell’estate, ricca di avvenimenti, c’erano stati gli esami di maturità e poi quelle stragi di mafia, le nostre prime storie d’amore, il nostro primo vero impegno civile, le prime scelte importanti che ci avrebbero resi più adulti e portato a dividerci e ad intraprendere cammini diversi. Francesco si iscrisse a giurisprudenza, nell’Università “La Sapienza” di Roma, io a Scienze politiche a Padova e Gianluca invece decise di restare a Ciserno, continuare l’attività del padre che aveva una piccola azienda.
Francesco era stato sempre il più pragmatico tra noi, riteneva che le parole sono un alibi per non agire, un modo per nascondere il vuoto d’intenzioni, dunque, aveva inseguito il proprio sogno, diventare Magistrato e combattere la mafia in prima linea. Anche Gianluca con la sua decisione di rimanere a Ciserno aveva manifestato la volontà di non arrendersi, sosteneva che la terra è una seconda madre e che abbandonare la propria terra è come abbandonare la propria madre in un momento di difficoltà, diceva: “io costruirò un argine al dilagare mafioso, coltiverò un seme di speranza in mezzo a tanta rassegnazione, voglio che i miei figli siano orgogliosi di essere nati qui!”. Io invece avevo ancora le idee confuse, pensavo alle parole del giudice Falcone che aveva definito la mafia un fenomeno umano e che sosteneva che se i giovani negheranno alla mafia il loro consenso, anche la Mafia, che è un fenomeno umano, cesserà di esistere. Con la mia scelta, in realtà, scappavo via, avevo bisogno di stare lontano da mia “madre” per non essere soffocato da tanto amore, avevo bisogno di osservare il tutto con il dovuto distacco, come si fa per i quadri d’autore che bisogna osservarli dalla giusta distanza per poterne cogliere l’armonia della luce e dei colori.
C’era bisogno di una svolta culturale, c’era bisogno di un nuovo modo di affrontare le cose, di un linguaggio che arrivasse direttamente al cuore della gente, scuotendola fin dal profondo. Al contrario di Francesco io credevo molto nella forza delle parole, le parole possono essere vuote, retoriche, leggere come foglie ingiallite portate via dal vento, ma possono essere anche simbolo di libertà, strumento attraverso il quale esprimere il proprio pensiero e possono diventare un’arma più potente di qualsiasi bomba o di qualsiasi raffica di mitra, quando aiutano la gente a prendere coscienza di sé e della propria dignità di uomini liberi.
Continuammo a mantenere i contatti, attraverso telefonate e lettere che, nel tempo, divennero sempre più rare. Seguivo a distanza l’evoluzione dei miei amici d’infanzia. Francesco, determinato come al solito, conseguiva risultati sempre più brillanti. Si era laureato in quattro anni col massimo dei voti e si era iscritto nella scuola di magistratura. Gianluca invece aveva ingrandito l’azienda del padre, si era conquistato la fiducia e la simpatia della gente di Ciserno e dei paesi limitrofi e aveva aperto una catena di negozi di telefonini. Non si era mai piegato a pagare il pizzo e orgogliosamente aveva ricostruito il proprio negozio ogni volta che aveva subito un attentato. Io invece procedevo lentamente, ero uno studente fuori corso e frequentavo ambienti diversi, il giornale, il teatro, la radio. Luoghi legati tra loro da un unico filo comune, la parola, il linguaggio. Francesco era diventato un magistrato ed io nel frattempo mi ero laureato, Gianluca invece consolidava sempre più la sua attività.
Nei miei articoli, nei miei spettacoli teatrali, nei miei interventi alla radio mi occupavo di Sud, il Sud non come luogo geografico ma come condizione esistenziale. Appartenere al Sud, significa conquistarsi il proprio spazio nella vita col doppio della fatica, significa essere generosi del poco che si dispone perché capaci di dare valore alle cose, significa riuscire a mantenere la propria onestà intellettuale e morale pur avendo vissuto a contatto con il compromesso e con la corruzione, significa credere fortemente nei propri ideali, nei propri valori, avere delle radici profonde che segnano la tua identità per sempre, come un marchio indelebile inciso sull’ anima che ti porti dietro ovunque e che contraddistingue il tuo modo di essere, il tuo modo di agire.
Durante quest’esilio volontario, lontano da casa, il tempo trascorse senza particolari novità, era arrivata un’altra estate incolore, tra i campi di mais della pianura veneta ed il vapore di nuvole opache che oscuravano il cielo.
Quella sera squillò il telefono,
- Pronto Giovanni?
Riconobbi subito la voce allegra e la forte cadenza dell’accento calabrese che Gianluca aveva mantenuto intatti in tutti questi anni.
- Sai che giorno è oggi?
- Venerdì!
- Veramente è il 19 luglio, ti ricorda niente questa data?
Automaticamente mi venne da pensare al 19 luglio del 1992 ed ai servizi che avevo appena visto nel telegiornale sui dieci anni dalla strage di Via D’Amelio.
Gianluca mi disse,
- sono passati dieci anni, non mi sembra vero, dieci anni da quando ci siamo diplomati!
- Avevo pensato di invitarvi a trascorrere le vacanze da me, ho una casa al mare, giusto per rivivere un po’ i vecchi tempi. Ho già chiamato Francesco e ha detto che aveva proprio bisogno di rivedere il nostro mare, a questo punto manchi solo tu, non puoi dirmi di no.
Sorrisi e di fronte ad una proposta così convincente risposi di si.
Avevo due settimane di ferie e così il giorno dopo preparai le valigie e mi diressi alla stazione. I treni del Sud si riconoscono perché sono accerchiati da un nugolo di parenti e di amici e perché c’è un fiorire di accenti e di dialetti che riempiono l’aria di suoni. Guardavo fuori dal finestrino l’alternarsi dei paesaggi e delle strade, man mano che ci avvicinavamo al Sud l’aria si faceva più calda, il territorio più aspro e selvaggio e i paesaggi sempre più confusi e disordinati, case cresciute senza una visione futura, nella precarietà di una vita vissuta giorno per giorno. Alla stazione di Ciserno erano venuti a prendermi Francesco e Gianluca, finalmente i tre moschettieri tornavano insieme, quante storie, quanti fatti avremmo avuto da raccontarci!
Dopo un primo imbarazzo iniziale di saluti e convenevoli, cominciammo a parlarci come se tutto quel tempo della nostra separazione non fosse mai trascorso. Eravamo tornati i tre ragazzi di allora, lo stesso sguardo fiero, lo stesso orgoglio, lo stesso candore, la stessa voglia di cambiare il mondo. Gianluca ci raccontava che le cose a Ciserno erano peggiorate. Il Paese non era più in mano al vecchio boss, che nel frattempo era stato arrestato ma, adesso c’erano i suoi figli ed i suoi nipoti, in lotta con l’altra famiglia mafiosa di Ciserno, che nel frattempo aveva rialzato la testa.
Il paese però era più bello che mai, la lente della nostalgia è in grado di trasformare gli aspetti più negativi in gradevoli ricordi. Anche quelle strade assolate sulle quale più volte c’eravamo sbucciati i ginocchi erano ormai angoli di paradiso che albergavano solo dentro il nostro cuore. L’unica vera amarezza era constatare che il tempo si era fermato, erano passati gli anni ma i problemi erano sempre gli stessi, un economia stazionaria, una delinquenza arrogante e quei ragazzi che avevano smesso di sognare, arrendendosi alle illusioni di una vita facile. A diciott’anni basta una macchina potente ed un vestito nuovo per saziare la fame di vita!
Ci sentivamo sconfitti, le nostre idee, i nostri sogni erano diventati perle per porci, parole vuote per poveri illusi. Bisognava riempire quelle parole di contenuti per renderle forti e credibili. Discutemmo a lungo quella sera fino ad ammettere che il richiamo del sud era ancora forte dentro di noi. Il nostro impegno non si era ancora concluso o forse non era mai davvero iniziato. Furono giorni sereni, il mare era cristallino ed il sole colorava la nostra pelle restituendoci l’immagine di ragazzi del sud. Ritornai a Padova con una energia nuova, con tanta voglia di fare e soprattutto col desiderio nascosto di “rotolare verso sud”. Trascorse ancora qualche anno nella monotonia di sempre, lavoro, impegni, teatro, radio amici, sempre di corsa come se stessi inseguendo qualcosa di irraggiungibile fino a quando nella primavera del 2005, in una grigia sera di fine maggio, il mondo smise di correre.Quell’anno si respirava un’aria strana, l’estate tardava ad arrivare, c’era una pioggerella pressante ed un vento pungente sembrava voler presagire qualcosa.
Quella sera ero a casa di amici e mentre ci intrattenevamo sul pianerottolo per gli ultimi saluti, tra una battuta e l’altra, lo squillo del telefono impietoso, impertinente, dirompe quell’atmosfera di serena quotidianità. Fu quella telefonata,quella frazione di secondo che separa la dolce inconsapevolezza dall’agghiacciante scoperta, che mi cambiò per sempre la vita. Gianluca era morto o meglio era stato ucciso.Non volevo crederci, avevano sbagliato persona, è stato un errore, Luca no, non è possibile. Luca era uno di noi. Era uno di quei pochi ragazzi intraprendenti, vorace di vita, ambizioso, impegnato nel sociale e per il sociale. Anche se giovanissimo, Luca era il simbolo del cambiamento. Sbaglio a dire era, Luca è, perché da quella notte il cambiamento ha avuto inizio. Per la prima volta, paesi interi, adulti, bambini, anziani, malati, ricchi e poveri, hanno iniziato a far sentire la rabbia verso quel diavolo che assoggetta, uccide, distrugge: LA MAFIA. I paesi della costa jonica si sono vestiti a lutto, i negozi di Ciserno hanno chiuso in segno di protesta, scrivendo sulle loro vetrine: ” Chiuso perché qualcuno ha rubato la vita a Gianluca”.Quel giorno a Ciserno si respirava l’odore della morte, si sentiva il silenzio degli abissi. Non riuscivamo a darci pace, non riuscivamo a darci una spiegazione sul perché un ragazzo normale, uno di noi, avesse subito una fine così violenta.
Colpo, lupara, ucciso, ma cosa sono questi termini mi chiedevo?Cosa dicono?Perché la gente vaneggia?Cosa c'entra con noi tutto questo? Noi siamo dei normalissimi ragazzi, abbiamo sempre vissuto nell’onestà, nella legalità, nel rispetto dei valori umani, senza fare mai distinzione, tra ricchi e poveri, ma solo distinguendo i buoni dai cattivi. Purtroppo, però, l’errore è stato proprio questo, considerare i cattivi in un emisfero a parte, illudersi che fossero lontanissimi rispetto alla nostra esistenza. Era come se si stesse parlando di un’altra Calabria, una Calabria che non conoscevo e che non avrei mai voluto conoscere. La sua è stata un’esistenza speciale e così è stato in vita come in morte.
Io e Francesco ci rivedemmo al funerale ancora increduli per quanto accaduto. Quel giorno prendemmo un impegno solenne, in onore di Gianluca, ritornare al sud, dare una mano d’aiuto a quella “madre” che per troppo tempo ci aveva aspettato. Inviai una lettera al gazzettino, presentai le mie dimissioni e il giorno successivo mi recai alla “Gazzetta del sud” per offrire la mia collaborazione, mi sarei occupato di cronaca, cronaca nera. Francesco invece presentò immediatamente richiesta di trasferimento che ottenne nel giro di breve tempo, le nostre sono zone a rischio e se un magistrato si offre volontario è sempre il ben accetto. Cominciammo a tenere seminari nelle scuole, incontri nelle librerie, dibattiti nelle radio ed in tutti quei luoghi frequentati dai giovani, aprimmo persino un blog che si occupava di giustizia e legalità, volevamo ricordare Gianluca, il modo in cui era stato barbaramente ucciso, volevamo che il silenzio non calasse sulla sua storia, uccidendolo per una seconda volta, volevamo che il suo sacrificio non rimanesse vano e che quel suo sorriso contagioso potesse riportare luce in quei momenti bui della nostra storia, desideravamo che quel seme di speranza che lui aveva piantato potesse finalmente germogliare.
Francesco lavorava alacremente, fin da subito si era occupato dell’inchiesta su Gianluca, io pubblicavo qualsiasi notizia che potesse aprire uno spiraglio su quella inchiesta, cercando di mantenere i riflettori puntati sul caso Gianluca. Qualcosa avevamo ottenuto, l’opinione pubblica nazionale aveva preso a cuore il caso di Gianluca, si era stretta attorno al dolore dei suoi familiari, alla tenacia di suo padre che nemmeno per un istante aveva pensato di arrendersi e dava forza a tutti noi con il suo esempio. Capii che il vero linguaggio capace di arrivare al cuore della gente è il linguaggio dell’amore, l’amore di un padre verso il figlio, l’amore verso la propria terra, l’amore per la giustizia e soprattutto l’esempio, bisogna spendersi in prima persona per essere credibili e convincenti. Infine capii che tutti quegli anni non erano passati invano, le rivoluzioni hanno bisogno di tempo, sono un fiume carsico che scava nella roccia fino a trovare il suo percorso affiorando al momento giusto in sorgenti naturali con tutto il proprio carico di purezza e di limpidità. C’è un proverbio che dice che “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” e quella foresta stava crescendo senza che noi ce ne accorgessimo. La domenica del 16 ottobre un’altra notizia eclatante aveva cominciato a diffondersi tra la gente, a Locri, in pieno centro, durante le elezioni primarie della Sinistra era stato ucciso il vice presidente della Regione Calabria. Mi recai sul posto, c’era molta confusione, cercai di cogliere gli umori della gente, di capire esattamente ciò che era successo. Una cosa fu subito chiara, non era il solito omicidio di mafia, si trattava di un omicidio eccellente che colpiva interessi molto più grandi. Anche il tipo di esecuzione così clamorosa, in pieno centro, in pieno giorno, nel pieno della confusione, era il segno che la “ndrangheta” aveva raggiunto ormai il culmine della propria arroganza e spavalderia certa del silenzio complice della gente e della propria condizione di impunibilità. Il giorno dopo però accadde qualcosa di imprevisto, i ragazzi, proprio quei ragazzi della cui reazione avevo dubitato, scesero in piazza con uno striscione eloquente ed imbarazzante “e adesso ammazzateci tutti”. Poche parole, dritte al cuore della gente, puntate verso quelle coscienze assopite che per troppo tempo avevano fatto finta di niente. Una “bomba” il cui boato fece il giro del mondo. Mi tornò in mente un vecchio ritornello di una canzone di De Andrè “anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti”. Gianluca non era morto invano ed il nostro impegno non era stato inutile, tutto improvvisamente aveva un senso, ognuno di noi, col proprio piccolo contributo, col proprio bagaglio di sofferenze e di umiliazioni, si sentiva finalmente coinvolto in un unico grande progetto di libertà. Quel seme di speranza che Gianluca aveva piantato era finalmente germogliato, aveva dato i suoi frutti e tutto intorno erano cresciuti tanti piccoli arbusti. Nel silenzio del sottobosco era cresciuta una foresta!
La mafia uccide, il silenzio pure

Sto guardando un'interessante trasmissione su LA7. La bravissima Ilaria D'Amico si sta occupando dell'argomento Mafia al nord. Finalmente qualcuno ha avuto il coraggio di aprire una piccola breccia nel muro di censure ed omertà adottato dal giornalismo italiano. Finalmente qualcuno ha avuto l'intelligenza di smontare il luogo comune che identifica la mafia alla Sicilia, la ndrangheta alla Calabria, la camorra alla Campania ... Le mafie sono un problema di tutti e spero che qualcuno possa seguire l'esempio coraggioso di La7 e si smetta di parlare del "Grande fratello", della Fattoria o di Xfactor e giornalisti ritrovino la dignità ormai perduta.
"Parlate di mafia ovunque vi capiti. Alla televisione, alla radio, sui giornali. Dove volete, ma, vi prego, parlatene". (Paolo Borsellino)

Sono profondi e scuri
gli occhi di certe donne del sud.
Aperti e spalancati su silenzi centenari.
Povertà, partenze, ritorni
e lontananze.
Sguardi mascherati da un sorriso
sofferto e malinconico,
umile e fiero.
A tratti eterno
MAPI
Ho riscoperto questa canzone grazie ad Anna e ho pensato di pubblicarla in questo post
Ad esempio a me piace il sud

Ad esempio a me piace la strada
col verde bruciato, magari sul tardi
macchie più scure senza rugiada
coi fichi d'India e le spine dei cardi
Ad esempio a me piace vedere
la donna nel nero nel lutto di sempre
sulla sua soglia tutte le sere
che aspetta il marito che torna dai campi
Ma come fare non so
Si devo dirlo ma a chi
Se mai qualcuno capirà
sarà senz'altro un altro come me
Ad esempio a me piace rubare
le pere mature sui rami se ho fame
e quando bevo sono pronto a pagare
l'acqua, che in quella terra è più del pane
Camminare con quel contadino
Che forse fa la stessa mia strada
parlare dell'uva, parlare del vino
che ancora è un lusso per lui che lo fa
Ad esempio a me piace per gioco
tirar dei calci a una zolla di terra
passarla a dei bimbi che intorno al fuoco
cantano giocano e fanno la guerra
Poi mi piace scoprire lontano
il mare se il cielo è all'imbrunire
seguire la luce di alcune lampare
e raggiunta la spiaggia mi piace dormire”.
A PALERMO UN MATRIMONIO ALL'INSEGNA DELLA LEGALITA'
A prima vista sembra una partecipazione come tante. Cartoncino color crema; in alto, i nomi degli sposi, Fabio Messina e Valeria Di Leo; sotto, l'indicazione della chiesa scelta per le nozze, Santa Maria della Catena, una delle piu' antiche di Palermo, e, come vuole la tradizione, nome e indirizzo dell'hotel in cui la coppia ''ringraziera' amici e parenti''. Solo scorrendo fino in fondo l'invito, si capisce che quello di Fabio e Valeria e' un matrimonio particolare, anzi, come scrivono loro ''un matrimonio pizzo free''. Una definizione curiosa, anche per una citta' abituata alle campagne antiracket, per dire che gli sposi, nell'organizzare le nozze, si sono rivolti solo a chi al racket ha detto no. Ma quella che ai piu' puo' sembrare una strana trovata, per Fabio e Valeria, gia' titolari del primo emporio ''libero dal racket'' della citta', e' semplicemente una scelta di coerenza. ''Abbiamo pensato - spiega la futura sposa, 29 anni, per meta' interprete, per meta' commerciante - che chi ha avuto il coraggio di esporsi meriti pubblicita' e guadagno''. Ma districarsi tra negozi e fornitori, in una citta' in cui l'80 per cento degli operatori economici e' soggetto al ricatto mafioso, non e' semplice.
E per evitare errori i due promessi sposi hanno consultato la lista degli esercizi commerciali pizzofree della citta': una sorta di mappa che aiuta i cittadini a orientarsi in vista di un ''consumo responsabile''. L'elenco, nato da un'idea del comitato Addiopizzo e finalizzato a far incontrare domanda e offerta in un mercato legale, vanta ormai 165 iscritti. Ai due fidanzati e' bastato sfogliarlo per trovare tutto: dalle bomboniere, ai confetti, dal tipografo, al fotografo, dal negozio di oggettistica in cui fare la lista di nozze, alla stilista che ha disegnato il vestito della sposa. Perfino il parrucchiere e' stato scelto cosi'. ''Confesso - dice la ragazza - che per l'acconciatura ho seguito l'istinto. Mi sono rivolta all'unico negozio in lista e il titolare mi ha ispirato fiducia. Ho fatto solo una prova trucco, non l'avevo mai visto prima e mi e' piaciuto''. Tra i commercianti che contribuiranno all'organizzazione del matrimonio anche una pasticceria di Caccamo che, per essersi ribellata al racket, ha pagato un prezzo alto: intimidazioni e danneggiamenti.
Tutto e' pronto per le nozze, dunque: il primo matrimonio pizzo free sara' celebrato sabato 18 aprile. Primo si', perche' Valeria e Fabio non si sono limitati a una scelta personale e hanno creato un'agenzia, una sorta di wedding planet, a cui possono rivolgersi tutti quelli interessati all'idea dei due palermitani. ''Due fidanzati ci hanno gia' contattato - dice, sorridendo la futura sposa - Appena tornati dalla luna di miele in Thailandia, rigorosamente organizzata da un'agenzia di viaggio pizzo free, ci metteremo a lavorare per organizzare le loro nozze''.
VOLEVAMO UN MONDO MIGLIORE
Volevamo un mondo migliore, abbiamo lottato a muso duro per questo, abbiamo creduto nei nostri sogni, abbiamo sperato oltre ogni speranza, senza mai abbandonarci alla rassegnazione. Abbiamo urlato contro il muro del silenzio, gridato al mondo che “la mafia è una montagna di merda” sotto la quale avrebbero voluto seppellirci. Abbiamo sostenuto i nostri “capitani” che ad uno ad uno sono stati annientati sotto i nostri occhi, le loro idee hanno continuato a camminare sulle nostre gambe, gambe fragili ma dal passo deciso. Siamo stati le “sentinelle del mattino”, abbiamo vegliato affinchè la pace fosse l’unica vera soluzione di ogni controversia. Abbiamo cercato di cambiare il mondo partendo da noi stessi, rifiutando sconti, scorciatoie e vie facili per arrivare prima ai nostri obiettivi. La vita va vissuta a caro prezzo e l’unico modo per ottenere qualcosa è quello di imparare dai propri errori. Forse però tutto questo non è bastato e rivolgendomi a voi giovani delle nuove generazioni vi chiedo scusa per questo. Scusa per avervi consegnato un mondo senza più regole, senza punti di riferimento. Un mondo privo di ideali politici, Destra e Sinistra sono ormai soltanto due concetti astratti di uno stesso modo corrotto di fare politica. Un mondo in cui il malaffare dilaga e il denaro è l’unico Dio che colma il vuoto di tante inutili esistenze. Abbiamo lasciato credere che la libertà nascesse dalla possibilità di fare tutto ciò che ci piace e non dalla capacità di vivere in maniera responsabile e così abbiamo lasciato che la droga invadesse come un fiume in piena i meandri della nostra società. La politica è drogata, l’economia è drogata , lo sport è drogato, ogni settore, in cui gli unici valore ispiratori sono il denaro ed il potere, è drogato, ma allora in che cosa abbiamo sbagliato?
In realtà non possiamo parlare di veri e propri errori, abbiamo soltanto squarciato il velo di ipocrisia che nascondeva un mondo già marcio. E’ stato come staccare la corteccia e accorgersi che l’albero era stato scavato dentro, che nel tempo i parassiti avevano scavato interi cunicoli nutrendosi del suo midollo, rendendolo così fragile da rischiare di spezzarsi.
Noi abbiamo portato avanti tante battaglie, cadendo e rialzandoci più volte, adesso tocca a voi prendere in mano la nostra bandiera e difenderla a costo della vostra stessa vita… noi saremo un passo più indietro, vi copriremo le spalle, raccoglieremo i feriti, saremo il vostro punto fermo ogni qual volta vi sentirete persi e disorientati.